IL VESCOVO AUSILIARE DI NAPOLI MONS. ANTONIO DI DONNA SCRIVE: 1° PARROCO Mons. Antonio Cozzolino (Ercolano 24.03.1924 - 26.04.2003) Al tramonto del sabato in Albis si è addormentato nella speranza della risurrezione, Mons. Antonio Cozzolino, parroco emerito della Parrocchia del SS. Rosario in Ercolano. A distanza di due mesi dalla morte di Mons. Matrone, la nostra città perde un altro prete "di qualità". Dopo l’ ordinazione (27.06.1948) don Antonio ebbe subito l'incarico di insegnante di lettere nella scuola media del Seminario, incarico che svolse per quindici anni; contemporaneamente, e per lunghi anni, fu insegnante di religione nelle scuole statali. Nei primi anni di ministero fu apprezzato assistente dei gruppi giovanili a S. Agostino e nell'Oratorio del S. Cuore a S. Giorgio a Cremano. In quegli anni iniziò una pastorale giovanile (i giovani sono stati sempre al centro delle sue attenzioni) che tendeva a fuoriuscire dagli schemi tradizionali ed a proiettare i giovani in una realtà meno provinciale. Nacquero così i primi campi estivi e le partecipazioni annuali ai convegni universitari ed alle marce della fede organizzate dalla Pro Civitate Christiana di Assisi. Quanti giovani e quante generazioni sono passate per queste esperienze! Nel 1963 fu nominato primo parroco della Parrocchia del SS. Rosario, nella nuova zona della città. Per 38 anni è stato guida intelligente, aggiornata e stimolante di una comunità viva, che intorno a lui è cresciuta nella fede. Nella guida della parrocchia egli portò il rinnovamento del Concilio, che lo trovava già pronto e che aveva recepito soprattutto nei contatti con la Pro Civitate Christiana ed alla scuola di don Giovanni Rossi, di cui era amico. Don Antonio è stato l’uomo del Concilio ad Ercolano. Se la comunità ecclesiale non ha registrato lacerazioni, lo si deve, in gran parte, alla sua intelligente mediazione, soprattutto in seno al presbiterio locale. I giovani, anche i giovani preti, erano legati a lui perché riusciva sempre a mediare tra le nuove istanze e la vecchia mentalità. Furono gli anni delle tavole rotonde nella chiesa del Rosario, affollate di tante persone di estrazione diversa, erano gli anni difficili del post-Concilio. Promosse un'azione pastorale rinnovata, che anticipava quelle scelte che oggi sono ormai acquisite: il rinnovamento della catechesi (la sua metodologia catechistica ha fatto scuola), la centralità della domenica, l'attenzione alla città ed alle giuste istanze sociali. Promuoveva sistematicamente in parrocchia lo studio dei Documenti conciliari e delle Lettere Pastorali dell’Arcivescovo. Tale impostazione fece della parrocchia del Rosario una comunità viva, punto di riferimento nella zona per quanti erano alla ricerca di un volto di chiesa secondo il Concilio. Anticipatore di nuovi orizzonti, sempre vigile ed attento alle problematiche giovanili, don Antonio è stato soprattutto un grande “educatore”. Profondo conoscitore, egli si è identificato nella figura del prete – educatore, preoccupato sempre, come diceva, di “fare formazione” e di educare agli autentici valori umani (“un uomo immaturo sarà anche un cristiano immaturo” era solito dire) e ad una fede pensata o adulta, come oggi dicono i vescovi italiani, una fede scevra da atteggiamenti bigotti. Era insofferente di fronte alla banalità ed alla superficialità. Fecondo frutto del suo ministero sono state le vocazioni sacerdotali nate al Rosario: don Gaetano Di Palma, don Pasquale Incoronato e don Marco Ricci; ed i cinque diaconi permanenti, tra i primi a Napoli ed in Italia. Amante della montagna, in particolare delle Dolomiti, dal 1966, ininterrottamente don Antonio ha portato, in estate, in montagna molti giovani e famiglie, educandoli al contatto con la bellezza del creato. Come dimenticare le prime emozioni dolomitiche, le lunghe camminate, gli arrivi ai rifugi…! Non si può dire che avesse un temperamento facile; ma, sotto la “rude scorza” c’era un cuore di padre e di amico, capace di generosità e di affetto, che manifestava senza infingimenti o svenevolezze. Molti di quelli che sono andati oltre la “rude scorza” gli sono stati vicini, con devozione filiale, nei giorni della malattia. Non era facile collaborare con lui, ma con don Antonio bisognava prima fermarsi, ascoltarlo, accettarlo e poi si cominciava a conoscerlo ed amarlo. Nella sua vita non sono mancate difficoltà e tensioni, ma, al di là delle contingenze del momento e della disparità legittima di vedute, ha sempre creduto con fermezza al vincolo di comunione con il Vescovo ed i confratelli. E dai Vescovi e dai confratelli è stato stimato ed apprezzato. Per questa stima il Card. Ursi lo volle vice-rettore del Seminario Maggiore, insieme con il Rettore, Mons. Nicola Lopreiato, Parroco della Salute a Portici. L’incarico durò solo un anno, per sopraggiunte difficoltà di collaborazione e conseguenti sue dimissioni. Promosse molto il canto, nonostante l’affaticamento delle corde vocali. Proprio le parole di una canzone, che amava intonare alla fine delle giornate dolomitiche, ben si addicono alla conclusione della sua giornata terrena: “Al cader della giornata, noi leviamo i cuori a Te; Tu l’avevi a noi donata, bene spesa fu per Te… Quante stelle, quante stelle, dimmi tu la mia qual è; non ambisco la più bella, basta sia vicino a te”. Prendo a prestito da Dietrich Bonhoeffer la preghiera di Mosè morente per narrare, la morte di questo pastore: “Dio, questo popolo io l’ho amato… Aver portato la sua vergogna e i suoi vizi, e aver scorto la sua salvezza: questo mi basta. Reggimi, prendimi; il mio bastone si incurva, preparami la strada .
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